tar lombardia 31.10.08 n. 5230

Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia, Sez. IV, 31 ottobre 2008, Sent. 5230/2008

E’ illegittimo, per eccesso di potere, il provvedimento direttoriale, recante una misura cautelare limitativa della sfera giuridica del destinatario (riduzione di quattro ore dell’orario di apertura dell’esercizio pubblico), al fine precipuo di fronteggiare situazioni “che costituiscono pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini”.





FATTO



Con ricorso notificato in data 31.12.2007 e depositato il successivo 02.01.2008 l’impresa ricorrente, titolare del pubblico esercizio denominato “---”, sito in XXX, Via Schiaparelli n.1 (zona Stazione Centrale), ha impugnato il provvedimento direttoriale datato 14.12.2007, del Settore Commercio – Servizio Pianificazione e Sviluppo – del Comune di XXX con cui, “preso atto che la locale Questura, con nota in data 12/11/2007, ha segnalato che il locale in oggetto è abituale ritrovo di persone dedite all’abuso di bevande alcoliche e responsabili di gesti di intemperanza che spesso sfociano in liti e violente risse con feriti, anche gravi, che costituiscono pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini; …determina di ridurre l’orario serale dell’esercizio in oggetto di 4 ore rispetto a quello prescelto dal titolare e per l’effetto di disporre la chiusura dello stesso entro le ore 22:00.”



Il motivo è fondato, nei limiti di seguito specificati.



Premette il Collegio che alla vicenda per cui è causa non è applicabile, ratione temporis, la recente disciplina dettata dal D.L. 23.05.2008 n. 92, convertito in L. 24.07.2008 n. 125, facente parte del cd. pacchetto sicurezza, varato al fine di “contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata”, su cui si tornerà brevemente nel prosieguo.

La questione principale posta dall’odierno ricorso concerne la verifica della legittimità o meno del potere esercitato attraverso l’atto oggetto di contestazione.

A tal fine, è utile rammentare come, ai sensi dell’art. 50, comma 7°, D.lgs.n.267/2000, il Sindaco coordini ed organizzi, con atti a carattere generale, gli orari dei pubblici esercizi, “al fine di armonizzare l’espletamento dei servizi con le esigenze complessive e generali degli utenti”.

Dal canto suo, l’art. 54 d.lgs.vo cit. (nella versione che precede le recenti riforme), nell’elencare le attribuzioni del Sindaco “nei servizi di competenza statale” prevede – per quanto qui d’interesse – al comma 2°, che “Il sindaco, quale ufficiale del governo, adotta, con atto motivato e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico, provvedimenti contingibili ed urgenti al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini;…”; indi, al comma successivo, aggiunge che “In casi di emergenza, connessi con il traffico e/o con l’inquinamento atmosferico o acustico, ovvero quando a causa di circostanze straordinarie si verifichino particolari necessità dell’utenza, il sindaco può modificare gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici…” (comma terzo).

Da quanto sopra esposto è agevole ricavare come, il provvedimento adottato dal direttore del settore commercio del comune di XXX, in data 14.12.2007, per limitare drasticamente l’orario di chiusura dell’esercizio pubblico “G. Snc”, non sia sussumibile in nessuna delle sopra descritte fattispecie.

Ciò, sia, in quanto si tratta di provvedimento adottato dal direttore comunale, anziché dal Sindaco, sia, in quanto il provvedimento stesso non evidenzia le ragioni eccezionali di necessità ed urgenza o, comunque, di emergenza, tali da giustificare le misura in concreto adottata.

Né pare possibile sostenere, che il direttore comunale sia legittimato, in ragione degli addotti motivi di ordine e sicurezza pubblica, all’adozione del provvedimento qui contestato, in conseguenza del trasferimento, attuato col d.P.R.n. 616/77, fra l’altro, dei compiti di polizia amministrativa.

Ciò, in quanto, dalla ricostruzione del significato che l’espressione polizia amministrativa ha assunto, in dottrina e in giurisprudenza, dal decreto delegato citato alla riforma costituzionale del 2001 per arrivare, quindi, al tempo che immediatamente precede le recenti modifiche poc’anzi citate, è sempre stata affermata la prerogativa statuale sulle materie dell’ordine e della sicurezza pubblica e, ciò, sia sotto il profilo della disciplina, che, sul piano organizzativo.



È significativo, sul primo aspetto, notare come, dalle previsioni contenute negli artt. 4, 9, 17 e ss. del decreto anzidetto, emerga un quadro composito, in cui appare evidente la scelta del legislatore di tenere distinta la sicurezza (quale settore in stretta connessione con quello dell’ordine pubblico), dalla polizia amministrativa.



Ciò, sulla base di un criterio contenutistico, che fa leva sulla specialità dei vari rami della polizia amministrativa, di talché



mentre la polizia di sicurezza mira a tutelare in generale la collettività contro i pericoli e le turbative generiche che minacciano la sicurezza e l’ordine pubblico, invece la polizia amministrativa è intesa a tutelare la collettività stessa contro i pericoli e le turbative specifiche che minaccino la collettività stessa in particolari settori della vita sociale e quindi esistono tante branche della polizia amministrativa, quanti sono i servizi e i beni che, nell’interesse della collettività, richiedono un’apposita tutela”.



Ne deriva che, nella sistematica del d.P.R.n. 616, la linea di demarcazione risulta tracciata facendo leva sulla titolarità delle materie, nelle quali le varie attività risultano svolte, ma sempre che non risultino lesi o messi in pericolo i beni o gli interessi tutelati in nome dell’ordine pubblico, ricadenti nella trasversale ed incondizionata competenza dello Stato in tema di polizia di sicurezza.

La stessa Corte Costituzionale, a partire dalla sentenza n.77 del 1987 e, ancor più, dopo la pronunce nn. 218 del 1988 e 115 del 1995 si è espressa per la sufficienza del criterio offerto dall’art. 4 d.P.R. cit., ai fini della ridetta delimitazione, in quanto criterio volto alla verifica che la funzione di polizia presa in esame attenga a materie di competenza regionale e non inerisca alla pubblica sicurezza, in ragione dell’interesse (ordine pubblico) che si vuole tutelare.

Per tale via, quindi, si è giunti addirittura ad escludere la necessità di fare applicazione dell’art. 9 cit., per cui, la correlativa distinzione fra polizia amministrativa e polizia di sicurezza, è stata soppiantata dalla distinzione fra attività amministrativa riconducibile alla funzione di pubblica sicurezza e attività amministrativa priva di tale carattere.

Proseguendo in tale direzione, autorevole dottrina ha sottolineato l’inutilità stessa del concetto di polizia amministrativa, posto che essa raggruppa, in realtà, “una serie di funzioni amministrative (autorizzative, di controllo sull’attività privata, sanzionatorie) che non hanno motivo per essere qualificate di polizia (sia pure amministrativa) se non per ragione storica: per essere state attribuite in passato (e in parte tuttora) all’autorità di pubblica sicurezza, nell’ambito di una concezione pervasiva del controllo pubblico sulle attività private che oggi contrasta col quadro costituzionale”.

Sennonché, proprio la riscrittura del Titolo V della Costituzione, intervenuta nel 2001, ha in parte modificato i termini della questione, ribadendo l’attualità della materia “polizia amministrativa”, posto che l’art. 117 ricomprende, al comma 2°, lett f), fra le competenze statali esclusive, la materia dell’“ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa e locale”.

Quel che è certo, è che si tratti di settori distinti in cui, comunque, appare irrinunciabile garantire che il bene sicurezza, “senza il quale non è possibile godere dell’esercizio dei diritti, venga prodotto in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale”.

Altrettanto irrinunciabile appare, allora, il rispetto delle diverse competenze stabilite dalla legge in ordine alle funzioni ed ai compiti di tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica.

Che si tratti di funzioni fra loro distinte risulta evidente, oltre che, da quanto sin qui detto, anche dalla distinzione posta, in occasione del “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni e agli enti locali”, dall’art. 159, d.lgs. 112/1998, secondo cui:

1) Le funzioni ed i compiti amministrativi relativi alla polizia amministrativa regionale e locale concernono le misure dirette ad evitare danni o pregiudizi che possono essere arrecati ai soggetti giuridici ed alle cose nello svolgimento di attività relative alle materie nelle quali vengono esercitate le competenze, anche delegate, delle regioni e degli enti locali, senza che ne risultino lesi o messi in pericolo i beni e gli interessi tutelati in funzione dell'ordine pubblico e della sicurezza pubblica.

2)Le funzioni ed i compiti amministrativi relativi all'ordine pubblico e sicurezza pubblica di cui all'articolo 1, comma 3, lettera l), della legge 15 marzo 1997, n. 59, concernono le misure preventive e repressive dirette al mantenimento dell'ordine pubblico, inteso come il complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge l'ordinata e civile convivenza nella comunità nazionale, nonché alla sicurezza delle istituzioni, dei cittadini e dei loro beni.”.

Da quanto esposto, appare chiaro che, ciò che spetta ai Comuni - nella materia di che trattasi - è la sola attività di controllo e, più in generale, di polizia amministrativa connessa, come tale, al rispetto delle specifiche prescrizioni stabilite nell’autorizzazione assentita all’esercizio pubblico.

Restano fuori da tale ambito le misure che si giustificano per ragioni di pubblica sicurezza, atteso che, l’adozione di tali atti, rimane attratta nella sfera di competenza dei vari organi di cui si compone il Dipartimento per la pubblica sicurezza.

È noto, infatti, come all’amministrazione della polizia provveda il ministero dell’interno, il quale ha la responsabilità generale per la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica (art. 1 L.n. 121/1981). Nell’ambito del ministero, tuttavia, è proprio il predetto dipartimento, a cui è preposto il capo della polizia, a provvedere alla tutela in argomento.

Quanto agli organi periferici di pubblica sicurezza, assumono particolare rilievo, com’è noto, il Prefetto, quale autorità provinciale di pubblica sicurezza (cui compete, fra l’altro, il potere di adottare, in caso di urgenza e per grave necessità pubblica, provvedimenti per la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico ai sensi dell’art. 2 R.D.n. 773/1931); il Questore, per il ruolo di direzione, responsabilità e coordinamento a livello tecnico-operativo dei servizi di ordine e sicurezza pubblica e dell’impiego della forza pubblica e delle altre forze eventualmente a sua disposizione; ed il Sindaco. Ma, quanto al Sindaco, è necessario rimarcare come egli assuma la qualità di autorità di p.s. (quale ufficiale di governo) soltanto nei comuni nei quali non siano stati istituiti commissariati di polizia (e, quindi, in fattispecie ben diverse da quella di che trattasi).

Non v’è dubbio, poi, che la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, rimessa come tale allo Stato, interagisca con quelle affidate alle amministrazioni locali, sicché s’impone l’attivazione di adeguati modelli collaborativi, in attuazione dei principi costituzionali di sussidiarietà e leale collaborazione. Ma, in concreto, proprio in relazione al caso che occupa, non risulta affatto che la determinazione comunale, qui impugnata, rappresenti il prodotto di una collaborazione dei diversi livelli di governo del territorio.

Sul versante giurisprudenziale, va poi notato come, la giurisprudenza che più da vicino si è occupata della tematica di che trattasi, sia quella formatasi attorno alla questione, a lungo dibattuta, concernente l’individuazione dell’Autorità competente ad adottare i provvedimenti di sospensione e revoca delle licenze degli esercizi pubblici di somministrazione, ai sensi dell’art. 100 R.D. 773/1931 (Tups).

Le argomentazioni svolte a quest’ultimo riguardo risultano, in parte, estensibili anche al caso odierno, laddove appare dirimente stabilire, non soltanto, se l’Autorità comunale abbia o meno il potere di limitare, per singoli esercizi pubblici, l’orario di chiusura degli stessi, quanto, se il fine pubblico - per il perseguimento del quale detto potere dev’essere esercitato - possa contemplare quelle ragioni di “pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini”, in cui si riassumono le premesse dell’atto qui gravato.

A ben guardare, nella formulazione originaria dell’art. 86 Tups, il rilascio delle licenze per l’apertura di esercizi di somministrazione competeva al Questore che, in forza della previsione contenuta nel citato art. 100 disponeva, sia, del potere di sospendere la licenza, in caso di “tumulti o gravi disordini”, ovvero, laddove l’esercizio “sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”; sia, del potere di revocare la licenza stessa, in caso “si ripetano i fatti che hanno determinato la sospensione”.

Con il d.P.R. n. 616 cit., tuttavia, la competenza al rilascio del titolo autorizzatorio è stata trasferita al Sindaco, senza null’altro aggiungere, almeno expressis verbis, in merito alla sopravvivenza o meno, in capo al Questore, dei poteri di cui all’art. 100 Tulps.

La mancanza di un esplicito coordinamento normativo e di una chiara disciplina sulla competenza all’adozione dei provvedimenti de quibus, ha favorito la formazione di diversi orientamenti giurisprudenziali.

Richiamando le due posizioni più significative, si può rilevare come, secondo un primo schieramento, con il trasferimento ai Comuni delle competenze in tema di polizia amministrativa locale, doveva ritenersi decaduto il potere del Questore di adottare i provvedimenti ex art. 100 Tups, trattandosi di potere che, ormai, andava attribuito al Sindaco. Di tutt’altro avviso lo schieramento opposto, incline a difendere la permanenza dell’esclusività della competenza del Questore, in relazione ai compiti di tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza.

Su quest’ultimo fronte, si registrano posizioni autorevoli, inclini a negare che i poteri in tema di revoca e sospensione delle licenze di commercio, per motivi di ordine e sicurezza pubblica, siano stati assorbiti all’interno dei compiti di polizia amministrativa, trasferiti alle Regioni ed ai Comuni ai sensi del d.P.R. 616/77.

In tal senso, giova rammentare come lo stesso Consiglio di Stato si sia espresso nel senso di negare che l’art. 19, comma 4°, d.P.R. n. 616 abbia abrogato l’art. 100 Tups, non avendo – in particolare – eliminato il potere di sospensione attribuito da tale ultima disposizione al Questore.

Ciò, in quanto, secondo l’Alto Consesso Amministrativo, i poteri previsti dall’art. 100 cit. – in tema di sospensione e revoca delle licenze di commercio per motivi di ordine pubblico e di sicurezza pubblica - non rientrano affatto fra i compiti di polizia amministrativa trasferiti alle regioni ed ai comuni ai sensi del d.P.R. n. 616 “venendo in considerazione competenze e funzioni relativi ad ambiti che erano rimasti riservati allo Stato in quanto attinenti alla salvaguardia dell’ordine e della sicurezza pubblici” (così, Cons. Stato, Sezione IV^, 25.11.2003 n.7777; nello stesso senso Sez. IV^ 6.06.1997 n.625; sez. V^ 24.11.1992 n.1376).

Preme qui evidenziare, in modo particolare, la considerazione espressa dal Consiglio di Stato per cui: “il potere di sospensione attribuito ai comuni ai sensi dell’art. 19, comma 4°, d.P.R. n. 616/77 deve ritenersi esercitabile nei soli casi in cui la sospensione della licenza trovi giustificazione in ragioni diverse da quelle attinenti la tutela dell’ordine pubblico” (così ancora Cons. Stato n. 7777/2003; nonché, più di recente, Cons. Stato 6.04.2007 n. 1563; 7.02.2007 n.505).

Anche la giurisprudenza di primo grado si mostra orientata a favore dell’impostazione da ultimo riferita e, quindi, nel senso di ritenere che l’art. 100 Tups debba essere interpretato come volto a ribadire la perdurante competenza del Questore, ad adottare i provvedimenti di sospensione della licenza cd. di polizia, anche nella vigenza del d.lgs. n. 112/1998, che ha trasferito agli enti locali i compiti di polizia amministrativa. Ciò, sempreché sussistano ragioni di ordine pubblico e di sicurezza pubblica, in ragione delle quali il potere rimane affidato alla competenza statale (cfr. TAR Calabria, Catanzaro, 12 febbraio 2008 n. 152; TAR Abruzzo, Pescara, 21 marzo 2008 n. 192; TAR Lazio, Latina, 14.11.2007 n. 1209).

Le superiori argomentazioni possono estendersi alla vicenda che qui occupa, poiché non appare revocabile in dubbio, che il provvedimento gravato sia stato assunto sull’erroneo presupposto, che il responsabile del settore commercio del comune potesse intervenire a modificare le prescrizioni del titolo assentito, anche a prescindere da una situazione di necessità ed urgenza ed avendo di mira, esclusivamente, la salvaguardia dell’ordine e della sicurezza pubblica.

In realtà, giova ribadire, sulla base delle superiori considerazioni, come detti ambiti d’intervento non rientrino nella materia della polizia amministrativa, così come trasferita ai comuni in forza della normativa sopra richiamata.

Ne consegue l’illegittimità del provvedimento impugnato, in quanto recante una misura cautelare limitativa della sfera giuridica del destinatario (qual è quella consistente nella riduzione di quattro ore dell’orario di apertura dell’esercizio pubblico), al fine precipuo di fronteggiare situazioni “che costituiscono pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini”.

Solo un cenno, a chiarire come non possa valere, a giustificare il potere così esercitato, la previsione contenuta nell’art. 20 dell’ordinanza sindacale PG 410368/2005, del 28/4/2005, atteso che l’ordinanza predetta, mentre si giustifica quale espressione dei poteri di coordinamento attribuiti al sindaco ai sensi dell’art. 50, comma 7°, cit., sarebbe illegittima ove fosse interpretata come volta a fondare un autonomo potere di ordinanza in capo al funzionario comunale, del tutto avulso dai limiti posti al medesimo potere (s’intende, ove esercitato dal legittimo titolare) dall’art. 54, commi 2 e 3, cit. (nella versione che precede le modifiche del luglio 2008).

D’altro canto, la stessa genericità della previsione di cui all’art. 20 cit., ben consente di scegliere, fra le possibili interpretazioni, quella – prospettata in prima battuta - scevra da profili di illegittimità.

A ben guardare, poi, il provvedimento qui gravato trascura, comunque, di uniformarsi ai requisiti richiesti dallo stesso art. 20 dell’ordinanza sindacale, posto che, la suddetta disposizione àncora la facoltà di modifica dell’orario alla presenza “di situazioni particolari o di circostanze eccezionali”, che si aggiungono alle obiettive esigenze di interesse pubblico, ai fini del corretto esercizio della “facoltà” in esame.

Ebbene, nel caso de quo, il provvedimento comunale ha individuato i fatti segnalati dalla Questura, nella nota datata 12.11.2007, come fatti costituenti pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini sussumibili, come tali, fra le obiettive esigenze di interesse pubblico, ma omettendo, al contempo, di indicare quali siano le circostanze eccezionali e/o particolari, così come richieste dalla stessa ordinanza sindacale.

Concludendo, sul punto, si deve chiarire che, ove si volesse interpretare l’ordinanza in parola come volta a richiamare il potere del Sindaco di intervenire in caso di situazioni eccezionali “di necessità ed urgenza”, di cui all’art. 54 cit., allora non potrebbe che rilevarsi, anche qui, quel profilo di illegittimità, già a suo tempo evidenziato, secondo cui l’atto gravato risulta, non soltanto, adottato da soggetto incompetente (il direttore del settore comunale in luogo del Sindaco) ma, altresì, in assenza dei presupposti che legittimano il provvedimento contingibile ed urgente.

Analizzando più da vicino i fatti de quibus, infatti, emerge come i fenomeni segnalati nella nota della Questura, richiamata nell’atto impugnato, fossero in atto già da tempo ed il Comune avesse parimenti atteso un lungo periodo, prima di attivarsi e di effettuare i necessari controlli.

È significativo rilevare, in tal senso, la circostanza - evidenziata nella nota della Questura - per cui gli orari di chiusura “spesso vengono disattesi”, ovvero, che “fino all’orario di chiusura, che spesso avviene anche ben oltre il previsto, tali attività…costituiscono luogo di ritrovo di soggetti…dediti al consumo di stupefacenti…, all’abuso di sostanze alcoliche e soliti gesti di intemperanza, oscenità e disturbo ai residenti della zona…”.

Non è chi non veda come si tratti di situazione che, delle due l’una: o avrebbe richiesto un effettivo controllo, da parte del Comune, del rispetto delle prescrizioni imposte dal titolo, con conseguente intervento a carattere sanzionatorio in caso di riscontrata violazione delle prescrizioni stesse; oppure, avrebbe richiesto l’intervento della Questura, per l’adozione dei provvedimenti, a tutela della sicurezza pubblica, di propria rispettiva competenza.

Sennonché, come risulta confermato dalla lettura della memoria prodotta dall’Avvocatura dello Stato per il Ministero dell’Interno, l’Amministrazione “in relazione ai fatti posti a fondamento del provvedimento impugnato non ha ritenuto allo stato di adottare alcun provvedimento di propria competenza”. Ciò, dando, altresì, risalto alla circostanza che si tratti di “nota …peraltro di carattere assolutamente informale, un mero appunto privo di data …in cui si fa riferimento anche al locale notturno sopra indicato…”; né la stessa Avvocatura trascura di precisare, nella predetta nota, come i fenomeni segnalati attengano ad una situazione di “degrado della zona”, non imputabili in via esclusiva all’esercizio pubblico di che trattasi.

Tale circostanza, non può non indurre il Collegio a ritenere fondato il lamentato vizio di eccesso di potere, fatto valere dalla ricorrente, atteso che risulta sintomatica, in tale direzione, la circostanza che, a fronte degli stessi fatti in ragione dei quali il Comune ha ritenuto di dover adottare il provvedimento qui gravato, l’autorità provinciale di pubblica sicurezza non abbia ritenuto di ravvisare ragioni di tutela della sicurezza pubblica o dell’ordine pubblico per determinarsi ad intervenire.

Prima di concludere, sul punto, il Collegio reputa opportuno evidenziare come, le recenti modifiche intervenute sull’art. 54 d.lgs. n.267/00, hanno inciso, tra l’altro, sul comma 2° della norma (sostituito ora dai commi 4 e 4 bis), prevedendo espressamente che il Sindaco “adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana…” (comma 4) e che “ Con decreto del ministero dell’interno è disciplinato l’ambito di applicazione delle disposizioni di cui ai commi 1 e 4 anche con riferimento alle definizioni relative all’incolumità pubblica e alla sicurezza urbana. “(comma 4 bis. Decreto poi adottato, in data 5.8.2008, prevedendosi, all’art. 1, le definizioni di “incolumità pubblica” e di “sicurezza urbana” e, all’art.2, l’elencazione dei casi in cui è ammesso il potere di intervento del Sindaco).

Appare evidente come – alla luce delle modifiche sopra riferite – risulti superato il problema del difetto di legittimazione del Sindaco ad adottare provvedimenti in materia di sicurezza pubblica ed ordine pubblico, anche in assenza dei presupposti del provvedimento contingibile ed urgente.

Resta confermato, tuttavia, il profilo della competenza sindacale all’adozione degli atti in esame, in quanto atti spettanti al Sindaco in qualità di ufficiale del Governo.

Sotto tale aspetto, nonché, sotto i dedotti profili di eccesso di potere sopra illustrati, pertanto, anche alla luce della normativa sopravvenuta l’atto gravato risulterebbe, comunque, viziato.

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Conclusivamente, il ricorso dev’essere accolto e, per l’effetto, dev’essere annullato il provvedimento del direttore comunale impugnato col ricorso introduttivo e l’atto meramente confermativo del 27.06.2008.



P.Q.M.



Il Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia – IV^ Sezione – accoglie il ricorso in epigrafe indicato e, per l’effetto, annulla il provvedimento PG 1100849/2007, datato 14.12.2007, come sopra impugnato. Compensa integralmente le spese di giudizio tra le parti costituite.



Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.



Così deciso in Milano, nella Camera di Consiglio del 07/10/2008